venerdì, 10 ottobre 2008+12:05
Cicatrizzano così, ormai, le mie ferite, lasciando sempre meno spazio al sentimento, all'emozione, a qualsiasi cosa che non sia questa specie di vuota apatia.
Dieci secondi on the verge of tears e poi di nuovo quel mezzo sorriso indolente che è sempre come una lapide sulle mie labbra.

On Air: Skin - Nothing But
Words by labelledame
{ di amore e dei suoi delitti, diario di una dama, melancolia ed altri mali, maschere e teatranti }
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Di tutte le lacrime che non ho pianto.
martedì, 07 ottobre 2008+00:02
Di tutte le lacrime che non ho piantoson state queste le peggiori.
M'han dipinto addosso
un sorriso da bambola dimenticata
capace d'ingannare
ogni uomo al mondo
ma nessun riflesso.
E gli specchi,
gli specchi tacciono
per amor del mistero
e per intrinseca fragilità.
Di tutte le lacrime che ho pianto
son state queste le peggiori.
M'han messo sulle labbra
parole che non so dire,
avevan la bellezza effimera
dei fiori che sfidano
la neve d'inverno.
E gli spilli,
gli spilli sottili con cui le ho uccise
le han rese regalo
al silenzio.
Tra piangere e scrivere
è forse lo scrivere
a far più male.
Words by labelledame
{ parole mie, melancolia ed altri mali, opere in versi }
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lunedì, 06 ottobre 2008+15:11
Rire des enfants, discrétion des esclaves, austérité des vierges, horreur des figures et des objets d'ici, sacrés soyez-vous par le souvenir de cette veille. Cela commençait par toute la rustrerie, voici que cela finit par des anges de flamme et de glace.
Petite veille d'ivresse, sainte! quand ce ne serait que pour le masque dont tu as gratifié. Nous t'affirmons, méthode! Nous n'oublions pas que tu as glorifié hier chacun de nos âges. Nous avons foi au poison. Nous savons donner notre vie tout entière tous les jours.
Voici le temps des Assassins.
Riso dei bimbi, discrezione degli schiavi, austerità delle vergini, orrore degli volti e degli oggetti di qui, siate santificati dal ricordo di questa vigilia. Era iniziata rozzamente, ecco che finisce con angeli di fiamma e di ghiaccio.
Breve vigilia d'ebbrezza, santa! non foss'altro per la maschera di cui ci hai gratificati. Noi ti affermiamo, metodo! Noi non dimentichiamo che ieri hai glorificato ciascuna delle nostre età. Noi abbiamo fede nel veleno. Sappiamo donare ogni giorno la nostra vita intera.
Questo è il tempo degli Assassini.

Words by labelledame
{ parole di altri, opere in versi }
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domenica, 05 ottobre 2008+23:23
"Put off that mask of burning goldWith emerald eyes."
"O no, my dear, you make so bold
To find if hearts be wild and wise,
And yet not cold."
"I would but find what's there to find,
Love or deceit."
"It was the mask engaged your mind,
And after set your heart to beat,
Not what's behind."
"But lest you are my enemy,
I must enquire."
"O no, my dear, let all that be;
What matter, so there is but fire
In you, in me?"
"Leva quella maschera d'oro ardente
dagli occhi di smeraldo"
"Oh, no, mio caro, temerario al punto
da voler capire se son saggi o selvaggi
i cuori, benchè non freddi."
"Solo vorrei scoprire ciò che c'è da scoprire,
se amore o inganno"
"Fu la maschera ad attrare la tua mente
e a far poi battere il tuo cuore,
non ciò che vi è dietro."
"Ma se tu mi sia nemica
lo devo scoprire"
"O no, mio caro, lascia andare;
che importa purchè fuoco vi sia
in me, in te?"
Words by labelledame
{ parole di altri, tradurre e tradire, opere in versi }
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venerdì, 03 ottobre 2008+21:20
Fu il click della cornetta che veniva abbassata a segnare l'inizio di quel lungo, lento silenzio. Domande le si intrecciavano in spire convulse nella mente, serpentine, maligne, tristi da togliere il respiro, le coprivano l'anima di un icore untoso a cui non si concesse di dare un nome.Sentiva di star commettendo un errore, di quegli errori stupendi e perfetti che dan senso alle esistenze, ma un errore nondimeno. Una sofferenza ricercata, voluta, una cicatrice nuova a segnare come una tacca l'avvicinarsi della maturità. Era questo diventar donna, forse? Non evitare lo sbaglio ma cercare invece di viverlo addosso con tutte le sua tremende conseguenze? Era pronta davvero a infliggersi una pugnalata a quel modo in cambio di attimi effimeri di piacere, in cambio della chimera d'una notte, della sensazione ingannevole di possesso? Li desiderava davvero quei sensi di colpa, quella miserevole vittoria di Pirro?
Sì, sì, sì, si rispose con una voce che non pareva neppure la sua tanto era bassa, un sussurro appena. Desiderava quel niente, stringerlo e lasciarselo alle spalle come una cosa morta e dimenticata, desiderava bruciarsi e dare quel che di sè aveva, offrire quella bellezza che le pareva in fondo poca cosa. Offrirla in sacrificio e perderla, infine, guardarla scivolare in un oblio freddo.
Una storia che si ripeteva. Un diverso labirinto in cui smarrirsi, declinando la sua passione, stavolta, come aveva un tempo declinato l'amore; poi sarebbe arrivato il disinganno, il muro, la fine.
Domande le si intrecciavano in spire convulse nella mente, serpentine, maligne, tristi da togliere il respiro, le coprivano l'anima di un icore untoso che chiamò gelosia.
Mentalmente si corresse con masochistico puntiglio: "gelosia è per ciò che si possiede". Se lo disse così, nel più perfetto silenzio. E sorrise.

Words by labelledame
{ parole mie, di amore e dei suoi delitti, melancolia ed altri mali, opere in prosa }
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venerdì, 03 ottobre 2008+00:04
Se dovessi riassumere la mia vita in una parola sarebbe certamenteIl guaio è che è molto, molto Romantica (e piuttosto tedesca, anche), il che meriterebbe forse una riflessione. Forse, appunto, perchè son troppo stanca e apatica stanotte: devono essere tutti questi buoni ed altruistici sentimenti che provo ultimamente a svuotarmi di senso.
Ad ogni modo immagino che prima o poi smetterò di vivere in un libro decanden-romantico.
Day to day, hour to hour
The gate is straight
Deep and wide
Break on through to the other side
Un consiglio: ascoltetevi questa canzone dei Doors. Il gruppo merita per più d'un motivo, ma vi citerò il mio preferito: Morrison leggeva Blake, e si vede.
Words by labelledame
{ pensieri sparsi, parole mie, diario di una dama, letterariamente }
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mercoledì, 01 ottobre 2008+16:20
Ho scoperto infine qual'è l'animale della mia vita... No, non il cane od il gatto. E' l'ornitorinco!Ecco la rivelazione fattami da mia zia proprio oggi su msn...
alefbeth scrive:
un giorno dalla nonna stavamo disegnando e mi hai detto di disegnarare qualche animale; quando ti ho chiesto che animale devo disegnarti tu mi hai risposto UN ORNITORINCO!
alefbeth scrive:
di solito i bimbi chiedono di disegnare un gatto, un cane al limite un cavallo NON un ornitorinco!!!!!!
Words by labelledame
{ personalità distorte }
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lunedì, 29 settembre 2008+00:57
Immagino mi passerà.
Words by labelledame
{ melancolia ed altri mali }
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sabato, 27 settembre 2008+12:50
Questo racconto è stato scritto ieri notte tra le 5 e le 5 e mezza, il portatile sulle ginocchia e in testa una storia troppo lunga da scrivere, frasi intere già pronte lì, perfette da togliere il sonno.
Quel che leggerete, mi spiace dirlo, non è neppure un terzo della bellezza che ieri notte m'ha tenuto compagnia, è solo l'inizio, affrettato, di una storia che necessiterebbe di tempo e parole scelte con cura. Un giorno forse, o una notte più probabilmente, spero avrà entrambi.
Il titolo Nobody Knows è preso dalla canzone di Louis Armstrong Nobody Knows the Trouble I've Seen. Ascoltatevela mentre leggete, se potete.
Nobody Knows
Erano fermi all’angolo tra la Terza e il West ad aspettare il carico quando Frank gliel’aveva detto, con quella sua voce strascicata dal tono sempre uguale che faceva apparire inimportanti anche le questioni vitali, appena capace di sovrastare lo scrosciare ossessivo dell’acqua incanalata a fianco del marciapiede. Solo che Frank non parlava mai se non era maledettamente necessario e nessuno che avesse un minimo di cervello sceglieva di non prestar attenzione: “E’ tornata in città.”
Rick era rimasto zitto, e questo no, non era da lui, chiuso nel silenzio delle sue mani in tasca e della sigaretta umida tra le labbra a ripetersi che in fondo non gli importava. Non dopo tutti quei mesi. Non dopo quel suo cazzo d’abito bianco e le sue campane a festa ed il modo in cui s’eran lasciati.
“Gli irlandesi sono in ritardo” aveva aggiunto Frank dopo mezz’ora.
“Bastardi” aveva replicato Rick, e quelle erano state le ultime parole della serata.
Fu al Deep Pit due sere dopo che la vide, stretta in un vestito che attirava troppi sguardi, i capelli biondi a sfiorarle il seno ed una fede d’oro al dito. Lasciò che tutto il pessimo whiskey irlandese rimasto nel bicchiere gli scivolasse in gola mentre l’osservava, ed uno qualunque dei suoi avversari al tavolo da gioco avrebbe riconosciuto lo sguardo che riservava alle carte quando gli capitava una mano particolarmente sfortunata o la posta in gioco era inaspettatamente alta. Fu allora che lei alzò gli occhi da terra, fissandoli su di lui con quella specie di timidezza costruita che ormai conosceva a memoria e che gli mise addosso una voglia malsana di schiaffeggiarla con forza o di portarla a letto, muovendosi verso il bancone e sedendoglisi a fianco con una naturalezza impostata che sapeva di belletto e paura.
“Ciao, Rick”. disse quando lui ormai non la guardava già più, l’attenzione tutta per le bottiglie allineate sulla mensola polverosa. Fu lungo il silenzio prima di una risposta.
“Come stai Alex?” una domanda neutra che suonava pericolosamente come un perché.
“Mi sei mancato” replicò lei, e per un attimo anche quegli occhi bistrati di nero furono sulle bottiglie, come in attesa d'una qualche rivelazione.
“Sei sempre la stessa”
Avrebbe voluto sputarle fuori con astio quelle quattro parole, ma gli risuonarono nelle orecchie sporcate d'una specie di rassegnazione.
“No, non lo sono”
E per qualche motivo a lui ignoto si sentì di crederle, perché l’aveva capito dalla voce che non era più la stessa, dal modo in cui scivolava sulle sillabe con una sorta di amarezza antica. Si fidava del proprio istinto e di nient’altro al mondo. E di lei meno che del mondo.
“Guardami, mi par di parlare con una moneta da un dollaro, così, o col profilo d’un morto” osò la donna, ben sapendo di osare, con il tono scanzonato che riservava agli uomini per ingannarli o a lui per chiedere scusa.
Rick si voltò di scatto, la mano destra aperta sul bancone a pochi centimetri dal bicchiere vuoto e dalla sinistra di lei stretta ora a pugno, negli occhi una specie di febbre che vide riflessa nelle iridi scure che lo fissavano di rimando. Fuoco e terrore. Lei sorrideva, tuttavia, un sorriso che parlava di vittoria, affilato oltre il contorno morbido delle labbra tinte di rosso.
L’orchestra aveva attaccato un nuovo pezzo, troppo struggente per esser bello, quasi a marcare con il lamento della tromba quei tre secondi di silenzio che li separavano.
“Suonano la nostra canzone, balliamo” suggerì lei, flautata, sporgendosi un poco in avanti, con circospezione tuttavia, come temesse d’essere respinta o bruciata, o forse entrambi.
“Non abbiamo mai avuto una canzone” fu la risposta di lui, una nota leggera ed amabile nella voce più letale d’un coltello a serramanico, lo stesso tono che usava con le donne quando le voleva avere ai suoi piedi in fretta, in ginocchio possibilmente, o con lei quando voleva far pesare un rifiuto cospargendolo di zucchero.
Vacillò per un secondo quel sorriso rosso di belletto, mentre una mano saliva nervosa a sistemare i capelli già perfetti, la voce rapida tuttavia, più bassa ed intima “Balla con me.”
Lo seppe allora, con disarmante certezza, una certezza a cui non era avvezzo da tempo: seppe che l’avrebbe stretta ballando un lento che non gli apparteneva, perché due come loro non avevano canzoni ma solo bocche avide e parole crudeli da regalarsi quando capitava; seppe che l’avrebbe spogliata quella notte e l’avrebbe presa senza parlare, lei, il suo corpo e la fede che le brillava al dito, dimenticando gli anni e le altre che desiderava; seppe che l’avrebbe ammazzato, un giorno, con quei punti fermi come dannatissimi proiettili, ammazzato di voglia e frustrazione, e seppe che avrebbe ricambiato con parole e pelle nuda.
Seppe anche che non la perdonava per come l’aveva lasciato e che le avrebbe ricacciato in gola ogni parola che gli aveva vomitato contro. A modo suo, s'intende.
Si concesse un sorriso che era una ferita aperta su un viso non bello e le prese la mano, avvicinando la bocca al suo orecchio mentre la aiutava ad alzarsi
“Anche tu mi sei mancata”
Ed uno qualunque dei suoi avversari al tavolo da gioco avrebbe riconosciuto lo sguardo che riservava alle carte quando gli capitava una mano particolarmente sfortunata o la posta in gioco era inaspettatamente alta. Ma con lei, dopo tutto, non era mai stato diverso. Anche di questo si fidava.
Di lei no, ma al momento non era un problema.

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{ parole mie, opere in prosa }
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giovedì, 25 settembre 2008+19:06
Ora come un tempo non c'è concretezza che non sia quella impalpabile del desiderio o quella acerba della frustrazione.
Sono solo una bambina che sa e non sa quel che vuole.
E brucia per ottenerlo.

How can I burn the mazes I grow? Can I?
I don't think so...
Words by labelledame
{ pensieri sparsi, parole mie }
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Words by labelledame
{ suono e melodia }
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martedì, 23 settembre 2008+02:19
A volte mi chiedo se non sia meglio tacere. Silenzi perfetti a coronare perfette imperfezioni.Silenzi, sorrisi, assensi e maschere più di quante sia lecito indossare.
Silenzi perfetti a cronare perfette imperfezioni.
S'aspettano tutti che io taccia.
Words by labelledame
{ parole mie, di amore e dei suoi delitti, diario di una dama, melancolia ed altri mali }
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uno scrittoio in legno
una poesia di cui io sia Musa